Cos’è un LEA

I Livelli essenziali di assistenza (LEA) sono le prestazioni e i servizi che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di una quota di partecipazione (ticket). Fonte Ministero della Salute.

Il piano sulla disabilità il Governo lo ha pubblicato nel 2013

il Piano Biennale sulla Disabilità è PUBBLICATO in questo link.

Questo piano però non è mai stato finanziato per la sua attuazione per cui di fatto resta lettera morta.

C’è una quota detta “sanitaria” per le istituzionalizzazioni totalizzanti che proviene dal FSN attraverso una delibera regionale che determina tale quota. Questa quota è un LEA (Livello Essenziale di Assistenza), per il quale non è richiesto l’ISEE ed è gratuito perché è sanitaria e lo garantisce la nostra Costituzione all’Articolo 32.

La quota detta “alberghiera” è invece una quota di solidarietà sociale e ogni struttura determina la quota giornaliera secondo parametri propri. Questa quota può essere suddivisa ulteriormente tra la famiglia e il Comune di appartenenza attraverso il FNA.

La parte sociale legata alle rette delle RSA-RSD è chiamata “quota alberghiera” e per questa voce è richiesto l’ISEE alla famiglia per stimare la compartecipazione alla spesa. Questa quota è di circa € 80 al giorno per ospite.

Quando una persona disabile viene ricoverata coattamente in una RSA-RSD, gli vengono venduti tutti i propri beni quindi difficilmente potrà uscire da una RSA-RSD e gli viene anche trattenuta l’indennità di accompagnamento e la pensione d’invalidità per la compartecipazione alla spesa, lasciando all’ospite circa € 150 al mese.

La famiglia può essere chiamata a compartecipare alla spesa attraverso l’ISEE, in caso contrario interviene il Comune di residenza dell’ospite che compartecipa alla quota alberghiera insieme ai beni espropriarti alla persona disabile e alle indennità come precedentemente descritto.

MA CON LA SENTENZA DI ASCOLI del 5/02/14 sull’accomodamento ragionevole ex Convenzione ONU del 13/12/2006 sui diritti dei disabili IL PROBLEMA SI RIBALTA

 ‪https://www.facebook.com/notes/ylenia-egliamicispeciali/le-prestazioni-non-professionali-di-assistenza-tutelare-alla-persona-rientrano-a/608126739321111

la sentenza di Ascoli

 http://www.tribunale.ascolipiceno.it/FileTribunali/142/Sito/GIURISPRUDENZA%20DELL%E2%80%99UFFICIO/Convenzione%20ONU.pdf 

si pronuncia sulla possibilità di chiedere come caregiver un familiare (adozione assistenza indiretta indicando come operatore di fiducia un familiare).

In sinergia con la sentenza del Tribunale Piemonte citata in premessa quindi le prestazioni non professionali di assistenza tutelare alla persona rientrano OGGI appieno nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Secondo la Regione che aveva adottato il provvedimento infatti le parole “assistenza tutelare alla persona” si dovevano riferire unicamente all’assistenza fornita da operatori in possesso di una specifica formazione professionale, quindi da infermieri o da operatori socio-sanitari: pertanto, la quota a carico del Servizio Sanitario non avrebbe dovuto coprire le prestazioni di assistenza tutelare rese da operatori non professionali, con conseguente loro riconduzione negli “extra LEA” e soppressione delle provvidenze economiche garantite (e loro integrale accollo al comparto assistenziale: utenti e/o Comuni). Secondo la sentenza di Ascoli invece, anche le prestazioni di assistenza tutelare messe in atto da operatori non professionali (ivi compresi i familiari) debbono essere ricondotte ai LEA, con conseguente mantenimento del 50% del loro costo a carico del Servizio Sanitario. Questo per assicurare il “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”, tutelato dalla Repubblica ai sensi dell’art. 32 Cost., e declinato anche alla luce del dovere di solidarietà sociale di cui all’art. 2 Cost., nonché ai sensi dell’art. 1, comma 1, del d.lgs. n. 502 del 1992.Questo, del resto, è precisamente l’insegnamento della Corte costituzionale (cfr. sent. n. 252 del 2001, ed altre successive) la quale ha anche affermato che, se pure è vero che la tutela del diritto alla salute, nel suo aspetto di pretesa all'erogazione di prestazioni, “non può non subire i condizionamenti che lo stesso legislatore incontra nel distribuire le risorse finanziarie delle quali dispone”, è vero però anche che “le esigenze della finanza pubblica non possono assumere, nel bilanciamento del legislatore, un peso talmente preponderante da comprimere il nucleo irriducibile del diritto alla salute protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana” (così le sentt. n. 455 del 1990, n. 267 del 1998, n. 309 del 1999, n. 509 del 2000, n. 432 del 2005, n. 354 del 2008).Livelli Essenziali di Assistenza, quali delineati dalla normativa statale di riferimento (d.P.C.M. 29 novembre 2001), con la conseguenza che il 50% del loro costo deve essere posto a carico del Servizio Sanitario e non certo accollato al comparto assistenziale.

Del resto, come di recente statuito dalla Sezione (TAR Piemonte, sez. II, sent. n. 199 del 2014) il contenuto minimo, costituzionalmente imposto, del diritto alla salute (e del diritto all’assistenza socio-sanitaria) non può non essere identificato proprio nei Livelli Essenziali di Assistenza, quali attualmente delineati dal legislatore statale nell’esercizio della propria competenza legislativa esclusiva in materia di “determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale” (art. 117, comma 2, lett. m, Cost.). Come ha di recente statuito la Corte costituzionale, peraltro, “il soddisfacimento di tali livelli non dipende solo dallo stanziamento di risorse, ma anche dalla loro allocazione e utilizzazione” (Corte cost., sent. n. 36 del 2013).

Il decreto del presidente del consiglio dei ministri 28 novembre 2003 ha modificato i LEA, ma la sostanza delle modifiche viene soprattutto dalle due sentenze che inquadrano anche le prestazioni non professionali all’interno dei LEA.

La revisione dei LEA pone una questione in relazione al problema finanziario

http://www.regioni.it/newsletter/n-2656/del-05-02-2015/sanita-revisione-lea-e-questione-finanziaria-13495/

tutto quello che sanno rispondere le Regioni è che sarà difficile assicurare i LEA senza nuove tasse……….

Nella Gazzetta Ufficiale (15 settembre) il Decreto sulla ripartizione del Fna 2014: quasi 134 milioni di euro vincolati per l’assistenza domiciliare dei disabili gravissimi e malati di Sla

http://www.aisla.it/news.php?id=4091&tipo=1

Il documento ricorda che le risorse assegnate al «Fondo per le non autosufficienze» per l'anno 2014, pari complessivamente ad euro 350  milioni sono attribuite:

  • Per l'attivazione o rafforzamento di modalità di presa in carico della persona non autosufficiente attraverso un piano personalizzato di assistenza, che integri le diverse componenti sanitaria, sociosanitaria e sociale in modo da assicurare la continuità assistenziale, superando la frammentazione tra le prestazioni erogate dai servizi sociali e quelle erogate dai servizi sanitari di cui la persona non autosufficiente ha bisogno e favorendo la prevenzione e il mantenimento di condizioni di autonomia, anche attraverso l'uso di nuove tecnologie;
  • In particolare 10 milioni di euro sono assegnati al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali per progetti sperimentali in materia di vita indipendente (ovvero azioni finalizzate all’attuazione del Programma di azione biennale per la promozione dei diritti e l’integrazione delle persone con disabilità - DPR 4 ottobre 2013 -  correlate alle linea di attività “Politiche, servizi e modelli organizzativi per la vita indipendente e l’inclusione nella società”. Le risorse vengono attribuite ai territori coinvolti nella sperimentazione tramite le Regioni e le Province Autonome seguendo le linee guida adottate dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali). Le risorse a cui si fa riferimento nel Decreto di Riparto sono aggiuntive rispetto alle risorse già destinate alle prestazioni e ai servizi a favore delle persone non autosufficienti da parte delle regioni.  L’articolo 3 si riferisce a “gravissime disabilità” riprendendo le indicazioni del Legislatore.

http://www.agenziavitaindipendente.venezia.it/images/stories/modulistica/manuale.pdf

Con le sentenze 154 – 156 e 157 del 2015, il TAR della Regione Piemonte ha confermato che le “prestazioni socio-sanitarie” domiciliari  (cd. assistenza tutelare) delle “persone non autosufficienti” (cioè con disabilità e non autosufficienza), sono qualificate come Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) ossia, le prestazioni e  i servizi che il Servizio sanitario nazionale (istituito dalla legge 23 dicembre 1978, n. 833) –  è obbligato a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di una quota di partecipazione cioè, il cd. ticket (cfr. Ministero della Salute).

Si tratta delle «prestazioni di aiuto infermieristico e assistenza tutelare alla persona» fornite da familiari e da badanti. Le prestazioni comprese nei  LEA dunque, sono un diritto pieno ed immediatamente esigibile da parte degli interessati. La Corte  del Piemonte nel caso specifico, ha accolto i ricorsi  del Comune di Torino (sent. 154 del 2015), di numerosi altri Comuni ed Enti gestori delle funzioni socio-assistenziali piemontesi (sent. 157 del 2015), ed anche  di alcune associazioni di categoria (sent. 156 del 2015) che,  con le stesse motivazioni, hanno agito contro le delibere n. 25 e 26/2013, n 5/2014 della Giunta Regionale. In particolare il Tribunale ha annullato questi provvedimenti  nella parte ove risultavano lesivi del “diritto esigibile” alle prestazioni socio-sanitarie domiciliari  – in questo caso svolte da persone non professioniste come familiari e badanti perché i provvedimenti non intaccavano quelle svolte da personale tecnico dell’assistenza o infermieri- rivolte a  persone anziane non autosufficienti nei vari momenti della vita quotidiana a casa propria.

Il legislatore, con la legge 21 Maggio 1998 N° 162, intitolata "Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 104, concernenti misure di sostegno in favore di persone con handicap grave” aveva già introdotto all'articolo 39, comma 2, dopo la lettera 1), la seguente disposizione normativa: «l-ter) a disciplinare, allo scopo di garantire il diritto ad una vita indipendente alle persone con disabilità permanente e grave limitazione dell'autonomia personale nello svolgimento di una o più funzioni essenziali della vita, non superabili mediante ausili tecnici, le modalità di realizzazione di programmi di aiuto alla persona, gestiti in forma indiretta, anche mediante piani personalizzati per i soggetti che ne facciano richiesta, con verifica delle prestazioni erogate e della loro efficacia» La suddetta previsione legislativa è individuata dagli operatori del settore, in modo esemplificativo, con la dicitura “progetti di vita indipendente”.

Questo istituto giuridico è pretensibile solo dalle persone con disabilità grave, ex art. 3 comma 3 l. 104/92 (e non già, quindi, per tutti i concittadini con riconosciuta disabilità). Lo strumento infatti della “progettazione di vita indipendente”, porta con sé una particolare ed eccezionale previsione normativa che è quella della gestione “in forma indiretta” dei servizi previsti nella progettazione. Con ciò si intende quella modalità di stesura e di organizzazione dei servizi per cui l’ente amministrativo redige – ovviamente con il supporto della persona con disabilità e della sua famiglia – il progetto di vita indipendente, ma prevedendone, alla conclusione del procedimento amministrativo, una “quantificazione economica” dei servizi necessari e l’elargizione della somma alla persona con disabilità per il soddisfacimento (in modo autonomo, seppur controllato dalla P.A.) dei servizi in forma, appunto, “indiretta”. Non è, pertanto, la stessa P.A. impegnata all’erogazione dei servizi (in modo diretto o attraverso enti accreditati), ma è la persona con disabilità che con i mezzi (economici) elargiti dovrà curare l’erogazione dei servizi riconosciutigli nella progettazione.

Vi è una sottile (ma assai rilevante) differenza tra “progetti di vita indipendente” (di cui alla l. 162/98) e “progetti individuali di vita” ex art. 14 l. 328/00. Ricordiamo che il testo dell’art. 14 l. 328/00 prevede: “Per realizzare la piena integrazione delle persone disabili di cui all'articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nell'ambito della vita familiare e sociale, nonché nei percorsi dell'istruzione scolastica o professionale e del lavoro, i comuni, d'intesa con le aziende unità sanitarie locali, predispongono, su richiesta dell'interessato, un progetto individuale, secondo quanto stabilito al comma 2. 2. Nell'ambito delle risorse disponibili in base ai piani di cui agli articoli 18 e 19, il progetto individuale comprende, oltre alla valutazione diagnostico-funzionale, le prestazioni di cura e di riabilitazione a carico del Servizio sanitario nazionale, i servizi alla persona a cui provvede il comune in forma diretta o accreditata, con particolare riferimento al recupero e all'integrazione sociale, nonché le misure economiche necessarie per il superamento di condizioni di povertà, emarginazione ed esclusione sociale. Nel progetto individuale sono definiti le potenzialità e gli eventuali sostegni per il nucleo familiare”.

La norma – tra l’altro replicata, sotto varie forme ma con identici effetti, dalle legislazioni regionali – prevede che il progetto individuale è uno strumento finalizzato a prescrivere (certificandoli e riconoscendoli) “le prestazioni di cura e di riabilitazione a carico del Servizio sanitario nazionale, i servizi alla persona a cui provvede il comune in forma diretta o accreditata”. Questa norma, così, non solo è strumento dell’integrazione socio-sanitaria (nel progetto devono indicarsi non solo i servizi sociali, ma anche i servizi sanitari di cui ha bisogno la persona, ma è anche lo strumento di accesso e di riconoscimento dei servizi di cui ha bisogno la persona. E tale strumento non è a carattere eccezionale o suppletivo, ma è l’ordinario e prioritario strumento di accesso alla rete di interventi e servizi socio-sanitari.

Non deve ingannare l’affermazione: “Nell’ambito delle risorse disponibili in base ai piani di cui agli articoli 18 e 19…” prevista all’inizio del comma 2 dell’art. 14 l. 328/00. Se si compie, infatti, ex ante l’analisi dei bisogni della persona e, dalla somma di queste, l’analisi dei bisogni di un territorio – così come previsto dalla L. 328/00 – le risorse devono essere calibrate sui singoli servizi sulla base del rilevato bisogno. Questo determinerebbe anche un ossequioso rispetto del principio di sussidiarietà e di concertazione, oltre che di efficienza, efficacia ed economicità dell’azione amministrativa. La determinazione delle risorse disponibili in base ai piani di cui agli articoli 18 e 19 (appunto i c.d. “piani di zona”) non anticipano, quindi, la valutazione dei bisogni e la “scelta dei servizi per un determinato territorio” ma, invece, la seguono. Così, non potrà più eccepirsi l’insufficienza dei fondi (come è avvenuto e può avvenire) se il lavoro di analisi dei bisogni individuali e dei bisogni collettivi di un determinato territorio è stato ben fatto dall’amministrazione. Il fabbisogno, così, tra l’altro, non sarà determinato dall’autodeterminazione o dalla libera richiesta (ed iniziativa) del cittadino, ma da un rapporto paritario e di reciproco riconoscimento (sussidiarietà) tra il cittadino e l’ente pubblico. Ciò, ovviamente conduce che laddove l’amministrazione non dovesse ottemperare a quanto previsto dalla progettazione individualizzata, il cittadino/utente sarà in possesso di un documento (progetto individuale) che evidenzierà (e confermerà, laddove necessario) il proprio bisogno ed il proprio diritto al soddisfacimento di esso, in quanto riconosciuto dall’unità di valutazione che ha posto in essere la valutazione multidimensionale del bisogno.